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	<title>Coffee and History &#187; &#8217;800</title>
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		<title>La Fede nell’Uomo, tra Illuminismo e Festa della Repubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jun 2016 05:48:22 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Ogni fenomeno o fatto ha un proprio inizio, a volte recente e facile da individuare, a volte remoto e per questo difficile da rintracciare o da ricordare. Se oggi, 2 giugno 2016, celebriamo la Festa della Repubblica un inizio lo dobbiamo rintracciare. E’ stata una Repubblica, la nostra, fondata sul sangue di una guerra civile che a metà Novecento ha sconvolto il nostro paese lasciandolo povero, distrutto e ridotto alla fama. E’ stato grazie al merito di uomini che, rimboccandosi le maniche, hanno insieme deciso di ricostruire un paese, mattone dopo mattone, casa dopo casa, speranza dopo speranza. Nell’arco di pochi anni, l’Italia ha saputo darsi una forma repubblicana, una costituzione e rimettere in moto l’economia dello stato. C’era la volontà di non dimenticare, di ricordare, di fare tesoro di quanto accaduto perché in futuro, le nuove generazioni non si trovassero a combattere le stesse guerre e a rivivere le stesse paure. Era la speranza nella forza dell’uomo unita all’idea di libertà. Era come se quel vento di speranza e di libertà fosse tornato a spirare sull’Europa dopo decenni di totalitarismo e di oppressione. Era un vento dalla origini antiche. Era la stessa convinzione, nella stessa forza e nella stessa libertà, che aveva spinto, un secolo prima, il nostro popolo a combattere per la libertà del paese dallo “straniero oppressore”. Nell’Ottocento, convinti di essere nel giusto, convinti nella forza dell’uomo e nell’idea che la libertà era il bene più prezioso a disposizione dell’uomo, riconquistammo quelle che credevamo essere le nostre terre e creammo uno stato. Uno stato che era unito territorialmente, ma non umanamente, lo era come geografia, ma non come popolo. Ancora una volta la forza della speranza unita all’idea di libertà bastò per reggere le sorti di questo stato fino all’avvento distruttivo del fascismo. Ma se anche nella seconda metà dell’Ottocento vigevano gli stessi ideali di speranza nell’uomo e nell’idea di libertà, per ricercarne le origini dobbiamo retrocedere ancora nel tempo. In questo percorso all’indietro troviamo tante rivoluzioni industriali, sociali e politiche. La forza nella speranza dell’uomo causava progressi tecnologici mai visti prima, l’idea di libertà spingeva le masse povere ad imbracciare i bastoni per rivoltarsi ai monarchi assoluti. E’ un vento, quello della libertà, che spira per tutto l’Ottocento, che arriva dal Settecento. E’ un vento fresco, nuovo, che spinge a credere nelle potenzialità dell’uomo. Questo è il nostro punto di arrivo, che è il punto di partenza da cui speranza e libertà si fondano nell’idea che l’uomo possa essere al centro del mondo, che possa con le proprie forze divenire giudice del proprio futuro. Nel Settecento, fu l’Illuminismo a concludere il Medioevo e aprire le porte dell’epoca moderna. Grazie a questo movimento di uomini e di idee si mise al centro dell’interesse l’uomo, nella sua totalità, ponendo sotto il vaglio della Ragione tutti gli aspetti della vita umana, religione compresa. Per la prima volta l’Uomo non aveva più scuse, scuse di un Dio che predestinava il suo futuro, che lo guidava lungo un percorso già scritto. La fine dell’età buia, in cui l’Uomo non aveva l’idea di se stesso, finisce quando si accende la luce dell’Illuminismo. Illuminismo appunto è illuminare l’Uomo con la luce della Ragione. La secolarizzazione che ne è seguita e che ha comportato la riappropriazione dell’uomo nel mondo, nel secolo appunto, con la crisi dei movimenti religiosi ha percorso i tempi con i venti di speranza e libertà cedendo il passo, solo in epoca contemporanea, alla globalizzazione. Quest’ultimo fenomeno, di massa come il precedente, ha causato l’uniformazione dell’Uomo ad uno standard preconfezionato spegnando la speranza e riducendo la libertà ad uno spazio sui social network. Ma i venti di speranza e libertà nell’Uomo continuano a spirare, mossi da un ideale che dal Settecento non si è mai sopito, solo che oggi piuttosto che continuare a cavalcarli si preferisce chiuderli fuori dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;"> <b>Roberto Rossetti</b></p>
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		<title>Volere è potere: la donna che conquistò il “Tetto d’Europa”</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2016 11:35:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>coffeeandhistory</dc:creator>
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<p><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2016/03/foto.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-969" alt="foto" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2016/03/foto-300x168.jpg" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Settembre 1838. Chamonix. Come tutti i giorni, si staglia nel cielo limpido l’immenso Monte Bianco, massiccio delle Alpi, “Tetto d’Europa” con i suoi 4.810 metri di altitudine. Il paesino è in agitazione, sta per succedere qualcosa di nuovo e di bizzarro: una donna francese, una contessa, vuole raggiungere la sommità del monte, e lo vuole fare da sola, grazie alla proprie forze e ostinazione soltanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1811 già un’altra donna francese, Marie Paradis, tentò l’ascesa del massiccio, arrivando in vetta. Non riuscì però a compiere l’impresa solo grazie alle proprie forze, ma dovette, a metà strada, supplicare l’aiuto delle guide che portarono la donna a spalle, semi svenuta, fino alla sommità.<br />
Henriette d’Angeville, la nostra protagonista, era una appassionata di montagna. Nata in Borgogna nel 1794, si trasferì con la famiglia nella regione del Rodano, nella Francia Sud &#8211; orientale. Lì la contessina si innamorò presto della natura e delle Alpi; fin da piccola Henriette si mise in testa che un giorno avrebbe tentato quella scalata, e che sarebbe stata la prima donna a raggiungere la vetta senza l’aiuto di un uomo.<br />
Così il 02 settembre 1838, alle 6 del mattino, la donna e le guide si misero in marcia. Il percorso fu senza problemi fino a 4.300 metri di altitudine, quando il freddo era oramai quasi insostenibile, così come la stanchezza. Henriette rischiò più volte di cadere nel vuoto, ma rifiutò sempre di farsi portare in spalle, testarda e ostinata nel suo intento. La comitiva raggiunse la vetta il giorno successivo alle 13,25. La contessa, al colmo della soddisfazione e della felicità scrisse nella neve: “Volere è potere”, come a dire che nulla è impossibile se coesistono determinazione e impegno nel raggiungere i propri scopi.<br />
Soprannominata “la fidanzata del Monte Bianco”, Henriette e la sua storia sono presto cadute nell’oblio, sebbene la fatica portata a termine dalla donna si possa ritenere una vera e propria impresa. L’alpinismo come lo intendiamo oggi, estensione del turismo alpino oltre che gusto della scoperta, non esisteva ancora in quegli anni, e per lo più l’attività in alta quota veniva praticata da uomini per scopi scientifici, come la misurazione di pressione e temperatura. Henriette è stata dunque non solo la prima donna a raggiungere con le proprie gambe la cima più alta d’Europa, ma anche precursore dei tempi e delle passioni che avrebbero poi contraddistinto molte donne dei secoli successivi.</p>
<p><strong>Maria</strong></p>
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		<title>Nasce il cinema</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2015 18:26:00 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/12/lumiere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-783" alt="lumiere" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/12/lumiere.jpg" width="263" height="191" /></a></div>
<div style="text-align: justify;">Il 28 dicembre del 1895 i fratelli Louis e Auguste Lumière proiettarono per il pubblico del Salon Indien del Gran Cafè del Boulevard des Capucines di Parigi una serie di spezzoni tra cui l&#8217;uscita delle maestranze dai loro stabilimenti di Lione. Questo avvenimento segnò l&#8217; inizio del cinema per come lo conosciamo fino ad oggi, ovverosia come spettacolo popolare e commerciale. Ad uno studio più attento il cinema risulta però figlio di altre invenzioni, come quella del fenachistoscopio, un dispositivo costituito da un disco rotante a cui venivano applicati dei disegni. Mettendo in rotazione tale disco, si sbirciava da una finestrella sulle immagini che risultavano in movimento. I padri di questo dispositivo furono Joseph Plateau e Simon Stampfer. Successivamente Thomas Edison inventò il Kinetoscopio, ovvero un marchingenio che consentiva ad una persona alla volta di guardare da uno spioncino uno spezzone di pellicola che si muoveva al passaggio di una luce. Di li in poi gli spettacoli si moltiplicarono e propagarono in tutta Europa. Allungando la tempistica dei film sono nate le storie e il linguaggio cinematografico che ha consentito al cinema di essere anche veicolo di messaggi oltre di mero intrattenimento.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><strong>Ettore Poggi</strong></div>
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		<title>La commemorazione dei morti</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2015 16:39:33 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/11/cimiterobonaria__1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-670" alt="cimiterobonaria__1" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/11/cimiterobonaria__1-300x197.jpg" width="300" height="197" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il culto dei defunti e le visite ai cimiteri diventarono un’abitudine comune in Occidente nella seconda metà dell’Ottocento. Questa nuova usanza fu facilitata da un lato dai positivisti, che ritenevano il culto dei morti un elemento di civismo, dall’altro dai cattolici, che in contrasto con quanto sostenuto fino al secolo precedente, provavano durante le visite al cimitero un “avvicinamento”, una sorta di incontro con i propri cari defunti.<br />
Nell’Ottocento si venne a creare la forma di rito funebre più simile a quella che conosciamo oggi: l’introduzione di rigidi schemi di riti e rituali permise di accettare l’idea della morte e di creare una sorta di convivenza con essa, rompendo così il silenzio tra vivi e morti che vigeva da secoli ed esorcizzando anche la paura della morte.<br />
A dimostrazione della demonizzazione della morte, venne modificata anche l’architettura dei sepolcri: i cimiteri come li conosciamo oggi, appena fuori dalle mura cittadine, furono infatti edificati proprio nell’Ottocento, dopo l’emissione dell’editto di Saint Cloud (1804). l cimiteri ebbero spazi sempre più grandi e monumentali, ricchi di statue e costruzioni. Le famiglie cominciarono a visitare insieme i cimiteri, e non è raro che le tombe monumentali rappresentassero proprio il nucleo famigliare come soggetto principale della scultura.<br />
Un altro aspetto fondamentale che si venne a creare nel XIX secolo è il connubio tra morte e donna, ovvero la cosiddetta morte al femminile. Da una parte questa si identificava con la “donna angelo”, quella che accompagnava alla “buona morte” o che moriva ella stessa per consunzione; dall’altra, invece, si identificava con la “femme fatale”, la donna che faceva morire, spesso per malattie vergognose come la sifilide.<br />
La partecipazione della donna ai riti funebri ha origini molto antiche, ma nell’Ottocento (ed in alcune zone in Italia fino alla seconda metà del Novecento) era molto comune la figura della prefica, ovvero della donna che era pagata per piangere e lamentarsi durante il funerale di uno sconosciuto.<br />
L’onnipresenza della figura femminile svela il legame che univa, più fortemente che mai, <em>Eros e Thanatos</em>, l’impulso alla vita e quello alla morte: l’Ottocento ha rappresentato un secolo di transizione per quello che concerne l’elaborazione della morte, e nonostante la “repressione” da parte della Chiesa, molti rituali nati o riadattati in quel momento storico sono sopravvissuti sino ad oggi.</p>
<p> <strong>Maria </strong></p>
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		<title>La conquista del diritto alla Lettura</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2015 18:15:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/10/images.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-653" alt="images" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/10/images.jpg" width="193" height="262" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Oggigiorno è quasi scontato che chiunque sia in grado di leggere e di scegliere che cosa vuole leggere. In verità, questa conquista sociale è relativamente recente, soprattutto per quanto riguarda il mondo femminile.<br />
Nel mondo occidentale l’alfabetismo di massa fu raggiunto soltanto durante il XIX secolo. Tuttavia la percentuale di lettrici femminili era molto diversa tra le residenti in città e in campagna, e soprattutto tra le capitali e il resto dei paesi.<br />
Le prime letture che le donne ottocentesche erano incoraggiate ad intraprendere erano di stampo prettamente religioso, quali alcune vite dei santi e la Bibbia. Col tempo però le donne furono attratte da tipi di lettura per così dire più laici, e sorsero nuove tipologie di testi dedicati al mondo femminile come i libri di cucina e i romanzi popolari economici. I romanzi erano ritenuti squisitamente adatti alle donne, a loro volta viste come creature con capacità intellettive limitate, frivole ed emotive. Pertanto, il romanzo popolare fu ben presto associato a donne di scarse qualità e di dubbia moralità, donne che si lasciavano trascinare dall’immaginazione e dalle fantasie passionali di personaggi puramente inventati, come, per citarne uno soltanto, la famosissima Madame Bovary di Flaubert.<br />
Questo tipo di letture erano quindi spesso, soprattutto nelle zone rurali, vietati dai capofamiglia.<br />
Con l’avvento della prima guerra mondiale la donna poté cambiare la propria posizione sociale soprattutto a causa dell’assenza della figura maschile, impegnata sul fronte: molte donne ebbero infatti l’opportunità di cambiare il proprio stile di vita e il contesto sociale, estesero gli scambi interpersonali e si ritagliarono lo spazio necessario per frequentare circoli culturali e biblioteche.<br />
Se si analizzano i tassi di analfabetismo oggi, c’è comunque un dato allarmante: secondo i dati dell&#8217;Institute for Statistics dell&#8217;UNESCO, il numero totale di analfabeti è di circa 771 milioni, di cui 2/3 di donne. Questo numero fa riflettere e pone sicuramente l’accento sulla disparità tra i sessi, tutt’oggi ancora presente, e sulle diverse possibilità di accesso alla cultura che hanno uomini e donne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maria </strong></p>
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		<title>Il complicato esordio di Abramo Lincoln</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2015 22:58:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/03/Lincoln.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-222" alt="Lincoln" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/03/Lincoln.jpg" width="224" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Washington 4 marzo 1861. E&#8217; il giorno dell&#8217;insediamento di Abraham Lincoln come sedicesimo presidente degli Stati Uniti d&#8217; America. E&#8217; un giorno permeato da un&#8217; atmosfera cupa, si respirava tensione. Nei mesi precedenti all&#8217;elezione, uno dopo l&#8217;altro, diversi stati del sud si staccarono dall&#8217; Unione per formare la Confederazione degli Stati Uniti del Sud. Gli stati furono inizialmente la Carolina del Sud a cui seguirono il Mississippi, la Florida, L&#8217; Alabama, la Georgia, la Louisiana e il Texas. Le motivazioni di questa decisione furono fatte risalire all&#8217; elezione di Lincoln, alla questione dell&#8217; eventuale abolizione della schiavitù e ad altre di ordine economico. Abraham Lincoln arrivò a Washington sotto la minaccia di eventuali attentati di matrice sudista. Il presidente uscente Buchanan, verso le ore 12, si recò all&#8217; albergo dove alloggiava Lincoln per accompagnarlo nella cerimonia di insediamento che si teneva al Campidoglio. Le cronache del tempo narrano che Lincoln indossasse un vestito nuovo, una camicia bianca, il cilindro in mano impugnando un bastone d&#8217; ebano con il pomo d&#8217;oro. Nei pressi del Campidoglio si radunò molta gente. Lincoln appariva nervoso anche perché avrebbe dovuto giurare, verso le ore 13, davanti al presidente della Corte Suprema degli Usa, Roger B. Taney. Quest&#8217; ultimo è ricordato per aver ribadito, in occasione del caso Dred Scott contro Sandford, la considerazione redatta nella Costituzione in merito alla condizione degli afro-americani. Essi erano ritenuti inferiori e non classificabili come cittadini americani. Nel suo discorso Lincoln fu molto equilibrato dal punto di vista politico. La situazione era al limite. Si pose di fronte al popolo americano come il presidente di tutti gli stati americani, anche dei secessionisti del sud. Li invitò a desistere dal separarsi e a non peggiorare le cose imbracciando le armi per iniziare una guerra. Promise di venire in contro alle esigenze degli stati del sud attraverso delle ragionevoli concessioni. Volle far capire di avere come obiettivo principale la permanenza degli stati secessionisti all&#8217; interno dell&#8217; Unione, parafrasando la parabola del figliol prodigo. Rimise quindi nelle mani di questi ultimi le responsabilità di una imminente guerra civile. Concluse il discorso con un invito alla fratellanza e alla benevolenza tra tutti.  Un mese più tardi il 12 aprile 1861 scoppiò la Guerra di Secessione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ettore Poggi</strong></p>
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		<title>Nascita del tricolore Italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2015 12:33:36 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/01/bandiera-tricolore-italiana.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-96" alt="bandiera-tricolore-italiana" src="http://www.coffeeandhistory.com/wp-content/uploads/2015/01/bandiera-tricolore-italiana.jpg" width="1024" height="585" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un drappo di stoffa che viene usato per simboleggiare un&#8217; identità. In esso si possono rintracciare i colori che rappresentano i valori di un agglomerato umano. Ci sono varie teorie sulla nascita del tricolore che sventola tutt&#8217;oggi in tutto il Paese. La più accreditata è fatta risalire al periodo napoleonico.  Il 7 gennaio del 1797 a Reggio Emilia nacque il tricolore italiano. Prima dell&#8217;Unità d&#8217; Italia. Quando all&#8217; interno del parlamento della Repubblica Cispadana, il deputato Giuseppe Compagnoni, vide approvata la sua proposta di &#8220;rendere universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti&#8221;. Questi tre colori dapprima sistemati in orizzontale presero ispirazione dalla bandiera francese. Nel territorio italiano del 1796, in un contesto in cui le armate napoleoniche vittoriose nella campagna militare dell&#8217;epoca si registrò l&#8217; affermazione di  diverse repubbliche di ispirazione giacobina che assunsero stendardi tricolori. Inoltre i  reparti &#8220;italiani&#8221; dell&#8217;epoca che affiancarono l&#8217;esercito napoleonico assunsero i colori verde, rosso e bianco. La legione lombarda fu l&#8217;esempio più calzante. I tre colori prima citati erano già presenti nello stemma del comune di Milano. Il verde era già presente nelle uniformi della guardia civica milanese. Tuttavia anche i soldati dell&#8217; Emilia e della Romagna assunsero questi colori nei loro vessilli e da questa impostazione  venne presa la decisione della Repubblica Cispadana di confermarli nella sua bandiera. Lo stemma della repubblica abitava il centro bianco del vessillo, stemma che consisteva in un turcasso contenente quattro frecce, circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi. L&#8217; 11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina assunse i tre colori nel formato delle bande verticali. Dopo la seconda campagna napoleonica attorno al 1814 il tricolore cessò di essere percepito come vessillo dinastico o militare ma venne per la prima volta percepito come simbolo del popolo, recante valori di libertà e di identità.  Il 7 gennaio del 1897 Giosué Carducci in un discorso a Reggio Emilia ebbe a celebrare la nascita del tricolore italiano dando questa interpretazione del tre colori &#8220;il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l&#8217;anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de&#8217; poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi&#8221;.<br />
Concluse il suo intervento con il monito &#8220;L&#8217; Italia è risorta nel mondo per sé e per il mondo, ella, per vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un&#8217;espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla coscienza de&#8217; padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria; l&#8217;Italia avanti tutto! L&#8217;Italia sopra tutto!&#8221; . Sperando quanto meno che sia un incoraggiamento per rendere questo Paese un luogo degno della cultura che lo ha caratterizzato da sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ettore Poggi</strong></p>
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