La storia incredibile del Comandante Diavolo

guillet

Il 7 febbraio 1909 nasceva a Piacenza Amedeo Guillet, da Alfredo, colonnello dei Reali Carabinieri, e Franca Gandolfo. La sua famiglia era di provenienza aristocratica piemontese di origine sabauda. Il barone Amedeo Guillet frequentò l’ Accademia Militare di Modena e divenne un brillante ufficiale di Cavalleria. Conduceva una vita spensierata che lo portò ad importanti frequentazioni sociali internazionali. Mentre  si allenava con la squadra olimpica di ippica per le olimpiadi del 1936 l’ Italia iniziò la sua espansione coloniale nell’ Africa orientale. Il senso del dovere e la fedeltà alla Corona unite ad un fervente patriottismo allontanarono il lusso di una vita agiata per avventurarsi in un percorso senza certezze. Con l’ approdo nel corno d’Africa nell’ agosto del 1935, per Amedeo iniziò la sua storia in quel continente che durò otto anni. Il 3 ottobre 1935 iniziò la guerra coloniale e Amedeo fu messo a capo di 200 combattenti libici chiamati spices, mercenari arrivati con i loro cavalli, autonomamente armati e pagati 10 lire al giorno. Per poterli comandare capì che avrebbe dovuto conoscere l’ arabo, quindi si unì ai bambini della scuola coranica e imparò l’ arabo. Con queste basi, riuscì ad instaurare un rapporto di stima reciproca con i suoi miliziani. Egli non perse mai occasione di rimarcare la sua proverbiale fortuna. Si distinse in un combattimento corpo a corpo sull’ altopiano di Selaclacà, si salvò da un proiettile deviato dalla sua sella, fu ferito ugualmente ad una mano ma tornandone vincitore acquisì la sua prima medaglia. Mentre nel maggio del 1936 gli italiani entrarono ad Addis Abeba e conquistarono l’ Etiopia Amedeo fu chiamato per andare in Libia. Fu ingaggiato da Italo Balbo con il compito di addestrare i cavalli per la cerimonia in occasione dell’ arrivo in Libia di Mussolini. Nella seconda parte del 1936 dovette tornare in Italia per essere operato ad una mano. Avrebbe dovuto trascorrere dieci giorni che diventarono poi un mese di convalescenza a Napoli dove conobbe Beatrice, una bellissima ragazza di cui si innamorò. Desiderò  sposarla, ma al tempo il fascismo aveva introdotto la legge matrimoniale. Se Amedeo si fosse sposato sarebbe automaticamente aumentato di grado. Per non cadere nell’ equivoco di un matrimonio a tale scopo, egli preferì non sposarla nonostante i suoi sentimenti. Guillet decise che le stellette le avrebbe potute ottenere per meriti di guerra e non alle spalle di una donna, per questo motivo nell’ estate del 1937 andò a combattere in Spagna a capo di una squadra di arditi. L’ avventura spagnola segnò il primo di una serie di mimetizzazioni che caratterizzarono la vita di Guillet. Indossando pantaloni alla zuava e scarponi da montagna Amedeo Guillet cambiò identità diventando Alonso Gracioso e guidò l’ assalto a San Pedro del Romeral che spianò la strada alla conquista di Santander. Francisco Franco per tale impresa lo premiò con medaglie e decorazioni, ma poi ferito ad una gamba dovette tornare in Africa. Venne assistito in un ospedale a Tripoli dove conobbe una studentessa libica di medicina, ma essendo ebrea per le nuove leggi raziali avrebbe dovuto lasciare gli studi. Amedeo trovò intollerabile questa soluzione e si attivò con successo presso Italo Balbo per salvare la ragazza. Nel frattempo dentro di sè iniziò a mettere in dubbio i dogmi dell’ Italia fascista in nome di una giustizia superiore. Venne la volta di partecipare in prima persona ad una missione molto delicata in Eritrea. Il Duca d’ Aosta gli conferì l’ incarico di creare una milizia per difendere la popolazione dal fenomeno del banditismo. Un giorno aiutò gli abitanti di un villaggio a ritrovare dei capi di bestiame rubati e in segno di riconoscenza il capo tribù lo accolse nella sua capanna. Li conobbe la figlia del capo, Khadija, di sedici anni. Una giovane molto determinata. Amedeo fece breccia nel cuore della ragazza. Quando si congedò dal capo villaggio alcuni lo seguirono per combattere con lui, tra loro  anche Khadija. Per un periodo fu piuttosto refrattario ai gesti di affetto della ragazza. Un giorno uno degli spices molto amico di Guillet morì in un combattimento e di notte fu colto dalla tristezza. Khadija pianse con lui e mentre Amedeo tornava a letto, la ragazza prese posto sul tappeto. Intenerito, la fece entrare nel suo letto. Iniziò così una relazione sentimentale tra i due. Nel frattempo la guerra che conduceva si discostava dai suoi principi assimilati in accademia e le sue convinzioni generali iniziarono a vacillare. Doveva combattere contro i ribelli guidati dal Negus d’ Etiopia, e l’ ordine da Roma era quello di ucciderli una volta catturati. Egli non se la sentì di rispettare tale ordine e propose ai catturati di combattere al suo fianco. Il suo discorso fu molto chiaro, chi vuol venire venga, ma chi tradisce verrà ucciso. E anche in quella occasione ebbe l’ approvazione del Duca d’ Aosta. Nel giro di due mesi costituì così una sua banda armata a cavallo. Intanto il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. La situazione in Africa si fece subito complicata, gli inglesi stavano avendo la meglio sulle truppe italiane. Nell’ aprile del 1941 la situazione italiana era già irrimediabilmente compromessa. Gli italiani sconfitti lasciarono Asmara agli inglesi. Il tenente Guillet senza più ordini e riferimenti dai suoi superiori prese decisioni inaspettate. Nonostante il comandante in capo avesse firmato la resa Guillet non si fermò. La sua idea era di sfiancare il nemico. Resistere per tenere occupata la parte dell’ esercito nemico e non farlo andare in Libia per combattere contro gli italiani su quel  fronte già disastrato. Sentendosi abbandonato dalle alte gerarchie militari per Amedeo giunse il momento di cambiare identità. Si spogliò della divisa militare italiana, per vestire abiti arabi. Cambiò nome in Ahmed Abdallah Al Redai, per spiegare la sua presenza in Africa disse di essere uno yemenita bloccato lì dopo il crollo dell’ impero italiano. Fu anche una trasformazione spirituale, credeva in Dio e gli era indifferente pregare con il rituale cattolico o quello musulmano. Per lui fu fatto il paragone con una figura leggendaria Lawrence d’ Arabia. Arrivò quindi il momento in cui Amedeo decise una manovra spericolata. Nascoste le sue truppe nel secco greto di un torrente attaccò a sorpresa la fanteria inglese sapendo che i carri armati nemici non avrebbero potuto rispondere per non colpire la propria fanteria. Si venne a creare una tale confusione che la battaglia durò diverse ore e la vinse. Da quel momento iniziò a circolare la notizia di quella impresa, la stampa iniziò a parlare delle imprese del comandande diavolo, il suo soprannome. I servizi segreti inglesi nella persona di Max Harari rimasero affascinati dal report su Guillet nonostante fosse iniziata la caccia all’ uomo per tenente italiano nel 1941. Il maggiore Harari prese a raccogliere informazioni su qualsiasi aspetto della vita di Guillet. La sua taglia era di mille sterline. Amedeo sempre travestito da arabo andava abilmente nel quartier generale inglese a denunciare il tenente Guillet, per depistare e intascò anche i soldi della sua stessa taglia. Una sera sentendo una musica italiana Amedeo venne colto da nostalgia, ma la sua casa era stata già stata circondata dalle truppe inglesi. Amedeo saltò dalla finestra e si mise in fuga verso la collina, nonostante le urla degli inglesi che gli intimassero di arrendersi. Uno sparo in aria e poi un sergente inglese prese la mira, ma a salvargli la vita fu un operaio della fattoria dicendo che quell’ uomo era solo un musulmano sordo che stava andando a pregare. Amedeo sentì tutto e arrivò in cima alla collina e crollò prostrandosi nella preghiera. Ferito e stanco in quei giorni capì che non poteva continuare la messa in scena. Consigliato dai suoi decise di sciogliere la banda per scappare in Yemen, paese neutrale amico dell’ Italia. Dovette lasciare anche tra le lacrime Khadija. Solo uno dei suoi uomini lo accompagnò, lo yemenita Daifallah. Raggiunta Massaua si infilarono in una baraccopoli e iniziano a fare i lavori più umili. Fece l’ acquaiolo, vendette l’ acqua a una lira la ghirba, e curiosamente riuscì a farsi degli amici e a guadagnare di più che da sottotenente in Italia. In breve tempo poté pagarsi così il trasferimento nello Yemen. Guillet e Daifallah si accordarono con alcuni contrabbandieri per un passaggio, ma dopo un giorno di navigazione i contrabbandieri temendo di essere denunciati dai due per una partita di fucili rubati e nascosta sulla nave, buttarono i due in mare. Sfuggendo ai pescecani i due raggiunsero a nuoto la penisola di Buri e si addentrarono nel deserto. Approdarono stanchi e assetati nei pressi di un pozzo dove incontrarono dei pastori nomadi che invece di aiutarli li picchiarono e li lasciarono sanguinanti sotto il sole del deserto. Disperati continuarono il loro cammino, perdendo anche la rotta. Una sera credendo di essere prossimi alla morte e convinti di avere una visione mistica assaporarono la salvezza. Non fu proprio così. Al Sayed Ibrahim al Yemani era un mercante che si recava in città. Come un buon samaritano soccorse i due, fece marcia indietro e li portò a casa sua. Li sfamò e propose a Guillet di sposare la figlia e vivere li. Per un attimo fu tentato dopo tutta la sofferenza patita, ma poi da piemontese testardo decise di ripartire. A Massaua spacciandosi per uno yemenita malato di mente riuscì a ottenere un passaggio regolare per lo Yemen. Nel dicembre 1941 arrivò nel porto di Odeida. Lì capì che poteva fare lo yemenita in Etiopia ma non in Yemen. L’ufficiale portuale si insospettì e lo mandò in prigione accusandolo di essere una spia inglese. Ironia della sorte furono proprio gli inglesi a salvargli la vita. Appena vennero a conoscenza dell’ arresto di Guillet chiesero subito allo Yemen di estradarlo. Gli yemeniti si insospettirono sul perché quel prigioniero mal ridotto fosse così importante per gli inglesi. Il sovrano yemenita, l’ imam Yahya, si incuriosì e lo invitò a palazzo facendosi raccontare la sua storia. Il sovrano rimase ben impressionato e le sue capacità ippiche gli salvarono la vita. Non solo lo liberò dandogli una mansione speciale, “Gran Maniscalco di Corte”, ma strinse un rapporto di amicizia con il giovane italiano e lo nominò precettore per i suoi figli. Amedeo rimase un anno alle sue dipendenze ricevendo uno stipendio da colonnello. La voglia di ripartire ebbe ancora la meglio. La Croce Rossa italiana a quel tempo metteva a disposizione una nave per raggiungere l’ Italia. Raggiunse Massaua e ancora una volta dovette cercare di sfuggire agli inglesi. I suoi amici del porto non lo avevano dimenticato e lo aiutarono a intrufolarsi furtivamente sulla nave. Il Capitano della nave dapprima credendolo arabo non lo volle, poi Amedeo gli spiegò la situazione e allora ottenne di nascondersi nel manicomio della nave per tutto il viaggio. Il 2 settembre 1943 arrivò a Roma. L’ Italia era diversa da quella che aveva lasciato. La prima cosa che fece fu quella di raggiungere il comando dell’esercito a Roma, ma qui scoprì che nel frattempo da Tenente era diventato Maggiore e che avevano cercato in vano di comunicarglielo senza trovarlo. In quel momento Amedeo mantenne nascosta la sua presenza in Italia alla famiglia e a Beatrice, volle mantere invece la promessa fatta ai suoi commilitoni in Africa. Scelse la via più incredibile, quella di continuare a combattere. Il ministero della guerra autorizzò Guillet nel suo piano, ovvero raggiungere l’ Etiopia e sollevare le popolazioni a lui amiche e continuare la guerra. Pochi giorni dopo l’ armistizio cambiò le cose, gli inglesi divennero alleati dell’ Italia. E quindi tutto finì. Andò a cercare il Re che nel frattempo si era trasferito a Brindisi. Il Re lo accolse e dopo averlo ringraziato per il servizio reso lo lasciò alla vita civile. Da quel momento Guillet sentì di dover affrontare un appuntamento troppe volte rimandato, quello con Beatrice. La prima cosa che fece fu quella di raccontarle il suo passato sentimentale con Khadija. Beatrice pianse, ma riconobbe che forse lei non sarebbe stata in grado di fare lo stesso della brava ragazza africana. Il 21 settembre 1944 Amedeo e Beatrice si sposarono a Napoli, ebbero due figli Paolo e Alfredo. A soli 37 anni Guillet venne promosso Generale. Accettò di collaborare con il servizio segreto militare. Riuscì a salvare alcuni archivi importanti verso la conclusione della guerra. Alla fine del 1945 per lavoro tornò in Eritrea, ma ebbe anche un incarico affidatogli dalla moglie. La richiesta era quella di rivedere Khadija e donarle un braccialetto con un solitario per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto per lui, e riconoscendo che se la ragazza africana fosse arrivata prima nella vita di Amedeo avrebbe meritato lei il suo posto. I due si incontrarono in una sala da the, fu un momento molto intenso. Entrambi consci che quella era l’ ultima volta che si sarebbero visti. Stetterò alcune ore mano nella mano senza parlare, poi Khadija strinse il bracciale e lo salutò senza voltarsi con fierezza e dignità. La vincenda di Guillet non è conclusa. Negli anni cinquanta Amedeo Guillet sfruttando l’ esperienza acquisita divenne un diplomatico. Fu ambasciatore d’ Italia in Egitto, Yemen, Giordania, Marocco e in India. La fortuna continuò ad accompagnarlo come quando sopravvisse illeso a due incidenti aerei nello stesso giorno. Fu testimone diretto e incolume di due colpi di stato in Yemen e Marocco. La missione per lui divenne quella di promuovere il dialogo tra cristiani ebrei e musulmani. Tra gli aspetti curiosi della sua vita occorre menzionare il fatto che Amedeo conservava nella sua casa la reliquia di una spina della corona di Cristo, e che possedesse nella sua scuderia l’ ultimo discendente del cavallo di Maometto. In Italia fu quasi uno sconosciuto, mentre in Inghilterra venne onorato anche da chi lo combattè come il Maggiore Max Harari. L’ agente segreto britannico Vittorio Dan Segre che gli diede la caccia in guerra divenne con gli anni suo amico e biografo. Nel novembre del 2000 Carlo Azeglio Ciampi, gli conferì la massima onoreficenza italiana, la Gran Croce dell’ Ordine Militare della Repubblica. A 91 anni Amedeo tornò in Africa per ripercorrere alcune tappe della sua guerra. Gli eritrei lo accolsero come il primo patriota dell’ indipendenza eritrea. Fu ricevuto dal presidente degli eritrei con gli onori di un capo di stato. Poi venne la volta di rivedere un uomo per lui fondamentale. Il mercante Al Sayed Ibrahim al Yemani. L’uomo non riconobbe l’anziano italiano e fu dispiaciuto che per il crollo del pozzo non poté offrirgli da bere. Nonostante ciò gli raccontò una storia che negli anni ha ripetuto a chiunque avesse incontrato, ovverosia di quando salvò dal deserto due yemeniti moribondi, di come si affezionò ad uno di loro. Concluse affermando che per lui furono inviati da Allah che spesso mette alla prova la fede dei suoi fedeli ponendo sul loro cammino incontri speciali e miracolosi. Amedeo si riconobbe immediatamente in quel racconto, ma non volle distruggere il ritratto dei due vagabondi inviati da Dio. Amedeo gli disse che prima o poi i due pellegrini sarebbero riapparsi magari per aggiustare il suo pozzo. Congedatosi pagò degli operai che quella stessa notte sistemassero il pozzo del vecchio. Amedeo Guillet morì il 16 giugno del 2010 a Roma. La sua leggenda è rimasta sconosciuta, ironia della sorte, proprio nel suo paese, l’ Italia. Un uomo che fu soldato, guerrigliero, agente segreto, diplomatico, scaricatore di porto e stalliere. Un uomo che ha attraversato un secolo con coraggio passione e molta umanità.

Ettore Poggi

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