Dante: un Purgatorio tra Angeli e Demoni

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Da sempre, il Purgatorio ha attratto per il suo stato di regno intermedio: è al suo interno che ci si “gioca” l’accesso al Paradiso. Nato da un paradosso, inventato cioè da due teologi greci, Clemente Alessandrino e Origene, il Purgatorio fu riportato nel solco della tradizione cristiana da due colossi del cristianesimo, Agostino e Gregorio Magno. Fino all’anno mille, non si concepì mai il purgatorio come sostantivo (Purgatorio), ma come aggettivo (è Purgatorio): esso fu considerato come un fuoco di tipo purgatorio, che purgava e ripuliva le anime permettendo ad esse di ascendere al Paradiso, o addirittura se la loro colpa era talmente grave, di precipitare all’inferno. I luoghi erano sempre e solo due: Paradiso e Inferno. Questa dualità era il modo di pensare comune della società medievale, secondo cui tutto era duale: bene e male, servi e padroni, papa e imperatore, vita e morte, paradiso e inferno. Nel passaggio da basso ad alto Medioevo, la società si evolve verso forme di pensiero non più duali, ma ternarie: nascono all’interno della società i terzi ordini (c’è chi prega, c’è chi combatte e c’è chi lavora). Se il mondo feudale aveva visto una rigida contrapposizione tra servi e padroni, tra signori e vassalli, ora nasce un terzo ceto, quello borghese, che si insedia nelle città; non solo, in campo ecclesiastico scendono in campo i terzi ordini, non più solo preti secolari e monaci, ma anche i frati Mendicanti. Si evolve così, di conseguenza anche la visione dell’aldilà: Paradiso, Inferno e loci purgatori. Ci si indirizza verso la credenza secondo cui le anime, che non essendo così buone da essersi meritate il paradiso, ma neanche così cattive da cadere nell’inferno, devono esser purgate in qualche luogo, si ma dove? Il Purgatorio viene pensato sempre di più come un’estensione dell’inferno, come un piano superiore degli inferni. Fu Dante a strappare il Purgatorio dalle grinfie di Satana per ricondurlo verso il Paradiso. Il poeta toscano ci presentò il Purgatorio come un luogo reale, determinato, evidente, rappresentato da una montagna circolare composta da sette strati, regioni e regni in cui le anime purgano i sette peccati capitali. La scalata della montagna compiuta da Virgilio e Dante è una ascesa verso il Paradiso, verso Dio: man mano che si raggiunge la sommità l’anima si purga, diventando talmente leggera da poter ascendere al cielo. Nonostante le pene del purgatorio siano talmente dure, da essere quasi infernali, l’anima le sopporta perché guardando in alto vede la luce, vede il volto di Dio. L’anima raggiunge così la sua perfezione, ritrovando quell’elemento di cui era assente in Purgatorio, l’amore. E’ questa la grande invenzione di Dante: se l’inferno è un luogo di dolore, il paradiso è un luogo di amore, il purgatorio è un luogo di speranza non solo per le anime morte nell’aldilà, ma soprattutto per i vivi dell’aldiquà perché essi possono vivere la propria vita senza sentire sempre incombente il peso del peccato e con la consapevolezza di una speranza di salvezza dopo la morte. Come Dante ha potuto pensare tutto questo? Semplicemente, pensando come ha pensato Dio: Gesù morente sulla croce ha ridato la speranza al ladrone crocefisso accanto a lui: “Oggi sarai con me in paradiso”.

Roberto Rossetti

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