“No, mai”. Giovanni Falcone

download

 «Il pensiero della morte mi accompagna ovunque. Ma, come dice Montaigne, diventa presto una seconda natura. Certo, si sta sul chi vive, si calcola, si osserva, ci si organizza, si evitano le abitudini ripetitive, si sta lontano dagli assembramenti e da qualsiasi situazione che non possa essere tenuta sotto controllo. Ma si acquista anche una buona dose di fatalismo; in fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, un’overdose, il cancro e anche per nessuna ragione particolare».

Giovanni Falcone risponde in questo modo ad una domanda in merito alla possibilità di un attentato nei suoi confronti. Come sempre, di fronte alle telecamere, il giudice mantiene un atteggiamento composto, un sorriso garbato, non facendo trasparire alcuna emozione. Sono gli anni successivi al maxi processo, anni difficili per Giovanni Falcone. La sentenza storica, più di duemila anni di carcere per gli imputati e diciannove ergastoli per tutta la cupola mafiosa, anziché elevare ad eroi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino li ha isolati ancora di più. Nel 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura stabilisce che sarà Antonino Meli e non Falcone, a sostituire Caponnetto. Giovanni è ancora una volta bocciato, come accadde ad inizio anni Ottanta quando, dopo la morte di Rocco Chinnici, gli venne preferito Caponnetto. Meli cala il sipario sull’esperienza del pool e ritorna ai vecchi infruttuosi metodi di indagine mafiosa. Borsellino denuncia pubblicamente lo stato di cose, per contro riceve la convocazione dal C.S.M. insieme a Meli. Il pool, seppur zoppicante, venne rimesso in piedi. Ciò non contribuì a rompere l’isolamento dell’uomo più pericolo per la mafia, per colui che ha dedicato la propria vita a combattere per lo Stato. Nel 1989 l’attentato fallito all’Addaura rappresenta l’apice del senso di isolamento intorno alla figura di Falcone: non solo parte della procura, degli stessi colleghi e dello Stato non solidarizzano con il giudice, ma egli viene accusato di esserselo procurato da solo, l’attentato. E’ l’inizio della fine, Falcone accetta di lavorare a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia, sezione Affari Penali. Falcone a Roma intende creare una super procura capace di canalizzare, centralizzare e ottimizzare le indagini sul fenomeno mafioso. Purtroppo però il 23 maggio la mafia (o non soltanto la mafia, ma di mafia si è trattato – cit. Paolo Borsellino, discorso alla Biblioteca Civica di Palermo, Giugno 1992) ha posto fine alla vita di Giovanni, Francesca, Rocco, Antonio, Vito.

L’uomo che ha sognato di sconfiggere la mafia applicando la legge è morto, perché quel sogno lo stava realizzando. Allora che importa che Falcone dormisse solo, sul pavimento, con una pistola in mano per timore di un attentato notturno, che ricevesse più ammonimenti che minacce, che dicesse che per essere credibili bisogna essere morti.

Il giornalista annota le risposte di Falcone, brevi e precise, tradite solo dal movimento dei baffetti. Ancora una domanda, l’ultima “Lei ha mai avuto una momento di scoramento, dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?”

“No, mai” Giovanni Falcone.

Roberto Rossetti

Please rate this

Salvatore Riina dichiara guerra

toto_riina1

 

E’ tristemente manifesto che, durante la oramai centenaria lotta tra Stato e mafia, Cosa nostra ha sempre vinto perché la sua rivale non è mai stata in grado di guardare al di là del proprio naso o, ancora più scoraggiante, non abbia voluto farlo: proprio come in questi giorni di rivolta popolare contro il programma televisivo Porta a Porta, reo di aver invitato in studio il terzo genito di Salvatore Riina. Ancora una volta il vecchio leone chiuso in gabbia, da un quarto di secolo, ha attirato l’attenzione su di sé. Provando ad andare oltre l’emotività di sdegno (giustificato) contro l’iniziativa di Vespa, sarebbe interessante focalizzare il motivo per cui questo libro è stato scritto da Riina jr. Facciamo ordine. Nessun appartenente alla famiglia Riina avrebbe preso l’iniziativa, tanto meno la responsabilità, di scrivere un libro riferito al capo di Cosa nostra senza l’avvallo di quest’ultimo, Totò Riina. Secondo le “regole” dell’organizzazione mafiosa il capo, anche se in carcere, è sempre il Riina. In questi ultimi tempi sta accadendo un fatto nuovo: in carcere, durante l’ora d’aria, Riina parla con il suo compagno di cella, rivendicando stragi e modalità di esecuzione, vere e presunte. L’uomo che ha fatto del silenzio e dell’omertà uno dei pilastri della propria vita, ora è un fiume in piena: i racconti si susseguono in modo incessante. Soprattutto, Riina ordina, senza successo, la morte del/dei giudice/i che si occupano di condurre il processo Trattativa Stato-mafia. Ma i suoi ordini rimangono vani, fortunatamente. E’ un Riina disorientato quello in carcere, che non riconosce più la sua Cosa nostra, quella degli anni ’80 e ’90, quella che quando si decideva un agguato “lo si faceva su, senza pensarci più″ (cit. S. Riina), quella organizzazione che sapeva fare paura allo Stato e che, per certi versi, lo comandava e lo costringeva a scendere a patti. Oggi, la mafia, di fuori, è cambiata, è in fase di riorganizzazione: il latitante Matteo Messina Denaro, colui che con un gesto eclatante dovrebbe prendere in mano le redini dell’organizzazione, si guarda bene dal compiere attentati clamorosi per timore di una vera e propria azione dello Stato rivolta alla sua cattura (si prenda ad esempio la cattura di Riina dopo le stragi del 1992 di Capaci e via d’Amelio, a seguito del sommovimento popolare che invocava, pretendeva e urlava la cattura dello stragista, fatto che avvenne nel gennaio del 1993). La mafia sta provando a riorganizzarsi ripartendo dal basso, dai cosiddetti mandamenti, da quel ceppo duro che ha sempre garantito nella storia persone fedeli e “soldati” efferati: tuttavia, grazie all’azione coraggiosa dei magistrati palermitani, questa ricostruzione viene puntualmente azzerata, facendo sempre più “terra bruciata” intorno al Messina Denaro. Ancora. La Cosa nostra del nuovo millennio, sulla impostazione che ne aveva dato Bernardo Provenzano a fine anni novanta, è un’organizzazione che parla di economia, finanza, investimenti, società per azioni, dimenticando il linguaggio “Riiniano” di bombe, mitra, stragi, sangue, morti. La prima è una impostazione che permette ai malavitosi di operare in silenzio, mentre la seconda ha sempre causato una forte focalizzazione mediatica a seguito di stragi divenute oramai storiche. Tutto questo non può essere accettato dal capo dei capi, il quale non solo non riconosce più la “sua organizzazione”, ma neanche la società: negli anni’80 e ’90, appunto, alla rabbia dei giorni immediatamente successivi ai delitti, ad esempio di Capaci e via d’Amelio, non faceva quasi mai seguito un’azione duratura di protesta popolare. Oggi, grazie alle numerose organizzazioni sparse sul territorio italiano e alla buona volontà di tanti cittadini, tutti ispirati agli insegnamenti di Falcone e Borsellino, la società scende in piazza come all’epoca, ma non solo, si pone essa stessa come garante, come scudo nei confronti di giudici, di magistrati, dei rappresentanti delle forze dell’ordine, degli agenti di scorta. E’ una società che, per certi versi, sostituisce lo Stato nella richiesta e pretesa di una eliminazione totale e duratura del fenomeno mafioso, anche se purtroppo non dispone, come lo Stato, dei mezzi per poter perpetrare tale azione. La partita continua allora il suo corso. Nonostante l’età, il carcere duro, il peso dell’anonimato di tanti anni, Salvatore Riina non ha perso la voglia di lottare e riprendere ciò che lui pretende: il suo ruolo di capo dell’organizzazione: tuttavia, il boss è cosciente del fatto che, se non può esserlo più lui, questo ruolo può e deve passare ad una persona fidata, dato che neanche chi è fuori lo segue più. Allora dal carcere Salvatore Riina pensa, mentre lo Stato, come cantava De Andrè, “…si costerna, si indegna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità…”

 Roberto Rossetti

Please rate this